Capitolo sesto: Le donne sono l’altra metà dello sviluppo sostenibile

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Questa settimana ho deciso di approfondire un argomento che mi sta decisamente a cuore, affrontandolo in chiave adattata ai miei studi e al mio lavoro. Mi sono chiesta quale fosse il legame tra parità di genere e sviluppo sostenibile e dopo qualche ricerca, una frase in particolare ha attirato la mia attenzione: le donne sono l’altra metà dello sviluppo sostenibile.
Se è vero infatti che nelle agende internazionali “on sustainable development” il raggiungimento dell’uguaglianza di genere spicca come pilastro indispensabile per un mondo più giusto, più prospero e quindi più sostenibile, e se è anche vero che negli ultimi decenni, gli sforzi di coloro che globalmente operano per livellare le differenze di genere hanno portato a risultati notevoli, non siamo ancora arrivati ad una soglia accettabile.
Sia ben chiaro, ci sono paesi (pochi) che spiccano per il bilanciamento di condizioni tra uomini e donne nella società, ma altri trascinano la media ad un livello ancora ridicolosamente basso.

Lo scorso anno il “Women, Peace and Security Index” classificava 167 paesi in base all’inclusione delle donne nella società, al senso di sicurezza e alla loro esposizione alla discriminazione. Le differenze tra i vari paesi, ma anche tra i continenti stessi, sono evidenti e forse anche prevedibili, con la Norvegia al primo posto, ed una lunga lista di paesi mediorientali ed africani alle ultime posizioni: Pakistan, Syria e Afghanistan, con lo Yemen ultimo della lista.

Con questi e altri innumerevoli dati alla mano, le Nazioni unite si concentrano da sempre sul raggiungimento della parità di genere nel mondo, quinto obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.
Le Nazioni Unite spiegano infatti che l’uguaglianza di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma una base necessaria per un mondo pacifico, prospero e sostenibile.
“Fornire alle donne e alle ragazze un uguale accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, al lavoro dignitoso e alla rappresentanza nei processi decisionali politici ed economici alimenterà le economie sostenibili e gioverà alle società e all’umanità in generale”.

Per definizione, la parità di genere è quello stato in cui l’accesso ai diritti e alle opportunità non è influenzato dal genere di appartenenza. E per misurare il livello di accesso e dunque le condizioni di vita delle donne nel mondo, esistono dei precisi indicatori, tra cui:
(i)il numero di ragazze che si sposano prima dei 18 anni, pratica definita come “matrimonio precoce”. In Niger, otto anni fa, il 76,3% delle ragazze tra i 20-24 anni era già sposato all’età di 18. In Ciad, solo cinque anni fa, il 29,7% delle ragazze della stessa fascia di età era già coniugato a 15. In Bangladesh invece è avvenuto un cambio di rotta sui generis. Nel paese il matrimonio precoce è stato dichiarato ammissibile da una legge del 2017 che lo consente nel caso in cui si rispetti il “miglior interesse” del minore. Fino a quell’anno la pratica era illegale in tutto il paese.

(ii)il numero di donne che subiscono violenza domestica. Ad oggi, 1 donna su 5, con un’età compresa tra 15 e 49 anni, ne è vittima. Non stupisce, considerando che ben 49 paesi attualmente non hanno leggi a tutela della violenza coniugale.

(iii)il numero di ragazze e donne di età compresa tra 15 e 49 anni che subiscono la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altre lesioni agli organi genitali femminili per motivi culturali o comunque ragioni non terapeutiche(le cosiddette “mutilazioni genitali femminili”). I numeri nel mondo sono altissimi, con almeno 200 milioni di donne e ragazze che hanno subito una MGF. Su questa pratica si va comunque migliorando: nei 30 paesi in cui è concentrata, le ragazze sottoposte ad essa sono diminuite da 1 su 2 nel 2000 a 1 su 3 nel 2017. Una notizia di inizio maggio 2020 riporta che il Sudan ha finalmente reso la pratica illegale. Nei prossimi tempi si riuscirà a capire se la legge ha avuto un effetto concreto sul paese.

(iv)il numero di donne che hanno la possibilità effettiva di prendere decisioni informate in merito alle loro relazioni sessuali, all’uso di metodi contraccettivi e all’assistenza sanitaria riproduttiva. Nei paesi con dati sull’argomento, solo il 52% delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni, sposate o in unione, prende le proprie decisioni in maniera libera.

(v)il numero di donne che hanno possibilità di scegliere il proprio lavoro e quelle che ricevono una paga equa.In ben 18 paesi, i mariti possono legalmente impedire alle mogli di lavorare.Inoltre,in media, le donne guadagnano solo 77 centesimi per ogni dollaro che gli uomini ottengono per lo stesso lavoro.Secondo dati recenti di circa 90 paesi, le donne dedicano in media circa tre volte più ore al giorno all’assistenza non retribuita ed al lavoro domestico rispetto agli uomini, limitando il tempo disponibile per lavoro retribuito, istruzione, tempo libero e rafforzando ulteriormente gli svantaggi socioeconomici di genere.

(vi)percentuali relative alla rappresentanza politica e all’avanzamento di carriera. Le donne continuano ad essere sottorappresentate a tutti i livelli della leadership politica. La loro rappresentanza nei parlamenti nazionali al 23,7% è ancora lontana dalla parità. A livello locale la rappresentanza delle donne negli organi deliberativi eletti varia con una media della distribuzione al 26%. La situazione non è migliore nel settore privato. La percentuale di donne nella gestione è aumentata dal 2000 in tutte le regioni tranne nei paesi meno sviluppati. Le donne occupano globalmente meno di un terzo delle posizioni dirigenziali di alto e medio livello.

Se l’obiettivo è dunque quello di porre fine ad ogni forma di discriminazione, violenza, sfruttamento, nei confronti di donne e ragazze di tutto il mondo, riconoscere e valorizzare l’assistenza non retribuita ed il lavoro domestico, garantire l’effettiva partecipazione e pari opportunità di leadership nella vita politica, economica e pubblica, con fine di alimentare le economie sostenibili e giovare così ad ogni società e all’umanità in generale, dati estremamente recenti fanno pensare che siamo ancora lontani dal raggiungimento dello scopo. Durante la pandemia da Covid-19, infatti, il numero di casi di violenza domestica denunciati alla polizia locale in Cina è triplicato rispetto all’anno precedente. Drammatici aumenti degli episodi di violenza coniugale sono segnalati anche in Brasile, a Cipro, in Italia e Spagna. In Australia, Google ha addirittura registrato un aumento del 75% delle ricerche relative a “aiuto per violenza domestica” rispetto agli ultimi cinque anni. La strada da percorrere è ancora lunga.

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