Capitolo quinto: Una moda troppo veloce

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Oggi tutti conosciamo ed utilizziamo il termine “fast fashion”, che il Collins Dictionary definisce come una riproduzione di abiti alla moda ad alta velocità e a basso costo. Quella moda istantanea insomma, quasi usa e getta, che consente a chiunque di esprimersi attraverso il proprio abbigliamento indipendentemente dal background sociale e dalle possibilità economiche.
Ma come si è arrivati a questo tipo di produzione?

Probabilmente il primo passo lungo questo cammino è stato l’avvento della macchina da cucire, brevettata nel 1846, che ha contribuito ad un rapido calo nei prezzi dell’abbigliamento ed un parallelo aumento delle dimensioni produttive. Successivamente, le restrizioni sui tessuti e gli stili più funzionali resi necessari dalla seconda guerra mondiale hanno contribuito all’espansione di una produzione tessile standardizzata. Infine, negli anni ’60 del Novecento, i giovani cominciarono a ricercare abiti fabbricati a basso costo per seguire nuove tendenze e rifiutare le tradizioni sartoriali delle generazioni precedenti.

Non è chiaro però chi sia stato il primo rivenditore “fast fashion”. Forse H&M, che aprì in Svezia nel 1947 espandendosi poi a Londra nel 1976 e raggiungendo gli Stati Uniti nel 2000. Ma fu quando il fondatore di Zara aprì a New York nei primi anni Novanta (dopo aver inaugurato il primo negozio spagnolo nel 1975), che il New York Times usò per la prima volta il termine “fast fashion” per descrivere la missione del negozio, dichiarando che ci sarebbero voluti solo 15 giorni affinché un capo passasse “dal cervello del designer” fino agli scaffali dei punti vendita.

Ma se è vero che la “fast fashion” ha creato omologazione e più ampie possibilità d’acquisto, d’altro canto ogni inchiesta sull’argomento tende ad evidenziare gli impatti negativi – sia sociali che ambientali – della produzione tessile su larga scala.

Analizziamo qualche numero. In media, nel 2014, le persone hanno acquistato il 60% di capi in più rispetto al 2000, ma hanno mantenuto gli abiti solo per la metà del tempo. Dal 2000, la produzione di abbigliamento è quasi raddoppiata ed in Europa le aziende di moda sono passate da un’offerta media di 2 collezioni all’anno nel 2000 a 5 nel 2011 (Zara crea 24 collezioni all’anno, mentre H&M ne offre tra le 12 e le 16).

Una produzione così rapida mette inevitabilmente in moto una serie di problemi sul fronte sociale di cui il consumatore medio è sì consapevole, ma ritenendo, spesso erroneamente, che lo sfruttamento dei lavoratori sia rilegato a mondi lontani, per distanza geografica o classe sociale. La verità è che non solo in Cina, India e Bangladesh, ma anche in America ed in Europa i lavoratori, spesso immigrati privi di documentazione, vengono pagati pochi centesimi per un indumento che sarà poi rivenduto a decine di dollari o euro. Pur conoscendo il contesto che fa da sfondo alla produzione della più semplice t-shirt che indossiamo giornalmente, il pendolo delle pratiche dei consumatori non smette di oscillare tra la scelta “economica” e quella “etica”, con una via di mezzo che diventa sempre più difficile da trovare.

Gli innumerevoli problemi ambientali della produzione tessile vengono poi sintetizzati in maniera efficace da Business Insider che mette in luce varie statistiche dai numeri interessanti. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che la sola produzione tessile nel campo della moda rappresenta il 10% delle emissioni di carbonio mondiali, contribuendo al prosciugamento delle fonti idriche e all’inquinamento di fiumi e torrenti. Quest’industria è la seconda per consumo di acqua nel mondo. Basti pensare che ci vogliono circa 700 litri d’acqua per produrre una camicia di cotone (il corrispondente che permetterebbe ad una persona di bere almeno otto tazze al giorno d’acqua per tre anni e mezzo). Per un paio di jeans se ne impiegano circa 2000 litri (quantitativo che permetterebbe ad un individuo di bere otto tazze d’acqua al giorno per 10 anni). L’industria della moda è inoltre responsabile del 20% dell’inquinamento idrico industriale mondiale, poiché l’acqua rimasta dal processo di tintura viene spesso scaricata in fossi, corsi d’acqua o fiumi.

Il solo lavaggio dei capi d’abbigliamento, nel frattempo, rilascia nell’oceano 500.000 tonnellate di microfibre ogni anno, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Molte di queste fibre sono in poliestere, che a sua volta, nella sua produzione, rilascia emissioni di carbonio due o tre volte superiori rispetto al cotone. Complessivamente, si stima che le microplastiche compongano fino al 31% dell’inquinamento da plastica nell’oceano.

Alcune aziende di abbigliamento stanno iniziando a realizzare iniziative per ridurre l’inquinamento tessile e coltivare il cotone in maniera più sostenibile. Ma sta anche al consumatore decidere se acquistare il nuovo paio di jeans della decima collezione annuale di H&M o provare a dare una seconda chance ad un capo vintage del mercatino dell’usato.

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